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Non è nostra intenzione trasmetterti morali o opinioni politiche ma darti l’opportunità di non perdere il passo coi tempi avendo un assaggio il più possibile imparziale di ciò che succede in politica e in economia.

Troverai recensioni di articoli ,brevi riflessioni di altri lettori come te!!


Vi presentiamo delle rassegne stampa con le aspettative e le conclusioni sulla conferenza ministeriale dei 146 Paesi membri della Organizzazione mondiale del commercio di Cancun.

L’intervista rilasciata dal Ministro Tremonti su un’altro argomento di forte attualità: La riforma delle pensioni.

Sono tutte sintetizzate a punti, quindi facili da leggere e poco noiose….buona lettura!!!

 

Adriana Cerretelli – Conviene a tutti il successo di Cancun – Il Sole 24 Ore.

1. Se invece dei governi e delle pressioni elettorali, a decidere fossero le cifre, Cancun sarebbe condannata a un successo rapido e convincente: perché l’ulteriore apertura dei mercati internazionali, combinata con adeguate regole per governare la globalizzazione, farebbe bene a tutti, soprattutto ai Paesi in via di sviluppo.

2. A dirlo è anche l’ultimo rapporto della Banca Mondiale: una riduzione delle tariffe del 10% in cinque anni nei Paesi ricchi e del 15% in quelli poveri, dice lo studio, accrescerebbe il reddito dei primi di 170 miliardi di dollari l’anno e quello dei secondi di oltre il doppio, di 350 miliardi, entro il 2015. Il commercio mondiale potrebbe espandersi di un ulteriore 10% annuo, le esportazioni dei Pvs del 20 per cento.

3. Risultato: in poco più di un decennio 140 milioni di persone potrebbero uscire dallo stato di povertà. La promessa, dunque, non solo di un mondo più giusto ma di un’economia più aperta e dinamica con una torta più grande da spartire in tempi decisamente grami per la crescita dell’economia mondiale. Oggi a Cancun la conferenza ministeriale dei 146 Paesi membri della Organizzazione mondiale del commercio (Omc, in inglese Wto) si apre invece nel segno dell’incertezza. O, nella migliore delle ipotesi, di un risultato modesto, sottotono.

4. Per poter tenere a galla il negoziato ci sarà da remare faticosamente controcorrente, da decidere in cinque giorni a Cancun quello che si è dimostrato impossibile negli ultimi due anni. Partita persa in partenza? Forse no, perché affondare Cancun e il Doha Round equivarrebbe a una sorta di suicidio collettivo, al tramonto del multilateralismo commerciale, al trionfo del neo-protezionismo.

5. Ma, in questi giorni, la sfida correrà sul filo del rasoio tra i 146 “globalizzatori” più o meno entusiasti riuniti dentro il Palazzo e gli oltre 50mila anti-globalizzatori che saranno fuori ad assediarli sventolando le bandiere (o l’utopia) di un mondo migliore e più giusto.

6. Da tentare di coniugare insieme, in un accordo che andrà alla fine approvato all’unanimità, ci sono non solo i soliti conflitti di interesse tra Paesi ricchi e tra Nord e Sud del pianeta. Ci sono anche quelli Sud-Sud, nuovi e forse ancora più laceranti nella contrapposizione tra l’eterna miseria dell’Africa e il revanscismo e gli egoismi di leadership emergenti ma tra loro contraddittorie come quelle di Brasile, India, Sudafrica, Cina.

7. Come sempre anche questa volta sarà l’agricoltura a tenere in ostaggio l’esito del negoziato, in ultima analisi a decidere se nel giro di qualche anno la guerra di liberazione dell’economia mondiale dai troppi dazi, sussidi e barriere, che in tutti i settori ne soffocano lo sviluppo e lo rendono diseguale, si concluderà o no con un successo.

 

Adriana Cerretelli - Stoccolma e Cancun, le lezioni dei due no - Il Sole 24Ore.
1. Il fallimento del Wto e il divorzio perentorio (56% di "no") della Svezia
dall'Euro sono storie diverse ma parallele, che promettono di lasciare il
segno. Entrambe esprimono infatti la crisi del multilateralismo e della
"governance" allargata, la crescente allergia di Paesi e opinioni pubbliche
all'avanzata della globalizzazione su scala planetaria o continentale che
sia.
2. Fra svedesi contro l'Euro e saventati da questo modello d'Europa e
africani o pakistani che sfidano la guida euro-americana al Wto c'è in
questo momento un legame fatto di istinti di autodifesa di fronte allo
strapotere dei Grandi e al tempo stesso di evidenti debolezze.
3. Perché la vittoria della "solitudine" della corona svedese è un simbolo
emotivo che fa bene al cuore e non fa male all'euro, ma non avvantaggia né
la Svezia né la sua economia. Mentre l'assalto al Wto da parte dei Paesi
poveri è per loro un gioco a somma ancor più negativa: liberalizzazione
degli scambi agricoli, abbattimento delle barriere e nuove regole
armonizzate sarebbero infatti un portentoso tonico per il loro sviluppo.
4. Non solo: così facendo dovranno stipulare accordi bilaterali nei quali
saranno inevitabilmente costretti a subire la legge del più forte, che si
tratti dell'Europa o degli Stati Uniti.
5. Ma questa domenica da cani imèpartisce anche un'altra lezione. A tutti.
Europa e Wto sono oggi accomunate dalla sfida dell'allargamento a dismisura,
compiutosi senza strutture istituzional-decisionali adeguate alla sfida
della cooptazione al proprio interno di Paesi, interessi, tradizioni e
culture, livelli di sviluppo lontani anni luce fra loro.
6. Risultato: entrambe non solo rischiano di implodere sull'ingestibile e
disordinata confusione delle rispettive, variopinte identità, ma si
ritrovano oggi, per evitare il caos, a dover varare al più presto drastiche
riforme con il cappio al collo del voto all'unanimità.
7. Dopo il referendum sull'Euro la Svezia sarà molto più nazionalista e
rivendicativa, e magari troverà altri compagni di strada, allarmati dai
diffusi malumori della propria gente verso un'Europa lontana,
incomprensibile, a torto o a ragione spesso avvertita come inquietante.
Tanto più perché la Costituzione europea in molti Paesi sarà sottoposta ad
approvazione per referendum.
8. Per tutti questi motivi i segnali di Stoccolma e di Cancun sono
importanti e non vanno ignorati.

 

Sergio Rizzo e Dino Vaiano - Intervista a Giulio Tremonti: "Un patto tra le
generazioni per cambiare la previdenza" - Corriere della Sera.

1. Le ragioni per una riforma delle pensioni derivano dai numeri. I numeri
non sono di centro, di destra, di sinistra. Sono numeri e basta. Ma vorrei
essere ancora più chiaro: per me la ragione per una riforma non è
matematica, non è finanziaria. E' morale. L'alternativa è tra due scenari:
la rottura dell'ordine sociale o la fiducia nell'avvenire.
2. Oggi, in Europa, la riforma delle pensioni è il problema politico per
eccellenza. La democrazia occidentale nasce due secoli fa, sullo scambio tra
doveri fiscali e diritti politici, tra tasse e voto: no taxation without
representation. Ora il rapporto politico è rovesciato: è necessario ottenere
il voto dei cittadini, su riforme che modificano le loro aspettative. Per
questo è fondamentale che le difficoltà di fattibilità politica non
prevalgano sulla necessità di una riforma delle pensioni. E' in questi
termini che ha preso avvio un grande ciclo europeo di riforme: dall'Austria
alla Germania, alla Francia. Ed ora in Italia.
3. Le riforme strutturali non servono per fare cassa e, ripeto, non si
possono realizzare se si vuole fare cassa per altre finalità. Come ho detto
appena qui sopra, a proposito della fattibilità politica, a proposito del
presupposto politico necessario per la riforma: il consenso democratico. Ed
è così che tutto torna: è proprio il non fare cassa che prova il carattere
esclusivamente morale tipico di queste riforme, fatte non per calcolo di
parte, ma per il bene comune. Che per me è la ragione unica della politica.
4. Al sindacato ricordo che la riforma Dini è stata una riforma buona, ma
nell'immediato. Lo stesso Dini, molto correttamente, ha dichiarato
l'esigenza di un intervento ulteriore: l'idea che la riforma Dini sia
sufficiente in assoluto e per sempre è un'idea che purtroppo è tradita dai
numeri. Anche perché alla dinamica di crescita della spesa previdenziale si
deve aggiungere la dinamica di crescita della spesa sanitaria: è per questo
che solo una riforma pensionistica strutturale può garantire la tenuta della
nostra struttura sociale. L'alternativa alla riforma non sarebbe l'Eden, ma
il caos. A danno dei più deboli.
5. La riforma che stiamo ipotizzando è una riforma in sé strutturale. Mi
pare che questo sia un dato oggettivo. Ciò che si chiede è però una riforma
che non sia solo strutturale, ma anche attuale.
6. Una riforma con effetti pieni da subito, per liberare risorse a sostegno
della produzione. In questi termini, vedo riemergere l'alternativa storica,
tra massimalismo e riformismo. L'ipotesi massimalista è "tutto e subito": la
finalità è positiva, ma i rischi sono elevatissimi.
7. Il rischio è che, per fare tutto, si finisca per non fare nulla. Il
rischio è che, per fare la riforma massima, non si faccia niente. O si
produca l'opposto di ciò che si vuole: paura e non fiducia. Crollo delle
aspettative, della domanda, dei consumi.
8. La fiducia nel futuro non si crea in ogni caso con la paura nel presente.
Il riformismo è diverso. Non è tutto e subito, ma una cosa alla volta. La
cosa giusta è fare la cosa giusta: non di più, non di meno. La riforma è un
bene in sé, la cosa su cui concentrare gli sforzi.
9. Nella sinistra ci sono state, e ci sono, visioni morali ampie. Ci sono i
presupposti perché queste non siano distorte dalla miopia politica. Ci sono
presupposti perché le mezze coscienze non prevalgano sulle coscienze. Perché
quello che stiamo discutendo non è solo materia di calcolo attuariale, è
soprattutto materia di imperativo morale.

 

 

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